Domanda
Cosa significa che "apparteniamo al Signore" (Romani 14:8)?
Risposta
In Romani 14, l’apostolo Paolo si rivolge a una chiesa alle prese con disaccordi su "questioni discutibili" — argomenti quali le scelte alimentari, l’osservanza dei giorni sacri e le convinzioni personali che non sono fondamentali per il Vangelo o per la salvezza. Paolo esorta i credenti a non giudicarsi a vicenda su queste cose. Egli afferma: "Se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo sia che moriamo, apparteniamo al Signore" (Romani 14:8). Il punto principale di Paolo è che ogni credente, in ultima analisi, risponde a Gesù Cristo e non alle altre persone.
Alcuni credenti si sentivano liberi di mangiare qualsiasi cosa; altri, influenzati dalla tradizione ebraica o dalla propria coscienza, sentivano il bisogno di astenersi da certi cibi (Romani 14:2-3). Alcuni consideravano sacri determinati giorni; altri vedevano tutti i giorni allo stesso modo (Romani 14:5). Queste differenze stavano causando tensione, giudizi e divisioni. La risposta di Paolo consiste nel ridefinire l’intero discorso. La vera questione, egli afferma, non è chi abbia ragione o torto riguardo alle leggi alimentari o ai giorni sacri, ma chi sia il Signore della vita del credente (Romani 14:6).
La frase "apparteniamo al Signore" funge da punto fermo del ragionamento di Paolo; significa che Cristo è l’autorità suprema sulle nostre vite. Le nostre scelte, le nostre convinzioni, la nostra coscienza e le motivazioni di tutto ciò che facciamo sono orientate verso di Lui e non verso l’approvazione o la critica degli altri. Paolo scrive: "Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso" (Romani 14:7). Come cristiani, viviamo per Cristo (Galati 2:20; Filippesi 1:21; Colossesi 3:17). È a Lui che ogni credente deve rendere conto e, pertanto, nessuno ha il diritto di giudicare le sincere convinzioni altrui su questioni secondarie.
Paolo non sta dicendo che tutto sia lecito per quanto riguarda la fede e la pratica, ma piuttosto che è Gesù Cristo, e non le voci più forti o le personalità più influenti della comunità, a stabilire lo standard. Paolo insegna questa verità ai Corinzi in 1 Corinzi 10:23-33. Dovremmo evitare di creare regole nostre per stabilire come debba essere la vita spirituale. Le nostre vite non sono destinate esclusivamente a noi stessi; dovremmo piuttosto dedicarci a vivere per il Signore. E, se le nostre convinzioni su come vivere per Lui differiscono da quelle di qualcun altro, Paolo dice che ciò è accettabile.
Il fatto di appartenere al Signore elimina ogni motivo per giudicarci a vicenda su questioni non essenziali. Se apparteniamo a Cristo, allora è Lui che cerchiamo di compiacere, ed è Lui che valuta e giudica le nostre azioni.
Il linguaggio di Paolo non è freddo né legalistico. Appartenere al Signore non significa essere posseduti come una proprietà. È una questione relazionale, di alleanza e profondamente personale. Appartenere a Cristo significa essere sotto la Sua cura, uniti a Lui e radicati nel Suo amore. È il linguaggio dell’identità, della famiglia e della sicurezza. Paolo sta dicendo, in sostanza: "La tua vita ha un senso perché è legata a Cristo stesso".
Il fondamento della nostra appartenenza al Signore è l’opera salvifica di Cristo. Paolo spiega: "Cristo è morto e risorto proprio per questo: per essere Signore sia dei vivi che dei morti. Allora perché condanni un altro credente? Perché guardi dall’alto in basso un altro credente? Ricorda, tutti noi compariremo davanti al tribunale di Dio… ognuno di noi renderà conto personalmente a Dio" (Romani 14:9-12, NLT).
Poiché Gesù ci ha redenti, Egli è Signore su tutta la nostra esistenza. Sia che viviamo sia che moriamo, siamo Suoi. La morte non pone fine al nostro legame con Lui (Giovanni 11:25-26; 2 Corinzi 5:1-8; Filippesi 1:21-23). Questa verità ci libera dalla paura (Romani 8:38-39; 1 Corinzi 15:54-57). Se apparteniamo al Signore, la nostra vita ha uno scopo, la nostra morte non è la fine e la nostra coscienza deve rendere conto solo a Lui. Non siamo sballottati dalle opinioni degli altri né dalle ansie legate ai nostri limiti. Siamo al sicuro nelle mani di Colui che ha vinto la morte (Giovanni 10:28-29; 2 Timoteo 1:10).
L’affermazione di Paolo secondo cui apparteniamo al Signore riguarda anche l’unità nella Chiesa. Se ogni credente appartiene allo stesso Signore, allora la Chiesa è una famiglia di fratelli e sorelle, non un campo di battaglia per rivali (Romani 12:4-5; 1 Corinzi 12:12-27; Efesini 4:15-16, 25). Il ragionamento di Paolo è semplice e convincente: smettete di giudicarvi a vicenda, smettete di combattervi l’un l’altro, perché ciascuno di voi sta davanti allo stesso Signore e Maestro di tutti. La ragione dell’unità cristiana non è l’uniformità di opinione, ma la fedeltà condivisa a Cristo.
La verità che apparteniamo al Signore ci ricorda che il nostro rapporto con Cristo definisce le nostre vite, il che ci chiama all’umiltà, alla pazienza e all’amore reciproco. Ci offre inoltre un profondo conforto: nella vita e nella morte, nella forza e nella debolezza, nella certezza e nella confusione, siamo accuditi e tenuti al sicuro dal nostro Salvatore che è morto e risorto.
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Cosa significa che "apparteniamo al Signore" (Romani 14:8)?