Domanda
Cosa accadde tra il terzo e il quarto viaggio missionario di Paolo?
Risposta
Dopo il terzo viaggio missionario, Paolo si recò a Gerusalemme, pur sapendo che sarebbe stato arrestato. Per prima cosa rese conto a Giacomo, fratellastro di Gesù e capo della chiesa di Gerusalemme, nonché agli anziani. Paolo venne inoltre a sapere che alcuni credenti ebrei di Gerusalemme avevano un’idea distorta della sua opera. Era stato loro detto che Paolo spingeva i credenti ebrei dell’Asia Minore e della Macedonia a rifiutare le usanze ebraiche, compresa la circoncisione. Per dimostrare che Paolo rispettava le leggi di Mosè, gli anziani gli chiesero di partecipare alla cerimonia per quattro uomini che stavano concludendo il loro voto (probabilmente un voto nazireo). Paolo fece come gli anziani gli avevano chiesto, dimostrando di non essere contrario alla Legge né alle usanze ebraiche (Atti 21:17-26).
Parte della cerimonia prevedeva che gli uomini si presentassero ai sacerdoti nel tempio. Fu lì che gli ebrei provenienti dall’Asia trovarono Paolo e lo accusarono falsamente di aver portato un gentile nel tempio. Una folla trascinò Paolo fuori dal tempio e lo picchiò finché il tribuno, il capo della coorte romana, non arrivò con soldati e centurioni per sedare la rissa. Il tribuno arrestò Paolo — senza alcuna accusa — lo incatenò e lo rinchiuse nella caserma. Si scoprì che il tribuno pensava che Paolo fosse un egiziano che aveva recentemente guidato una rivolta ed era fuggito con un gruppo di sicari (assassini armati di pugnale). Paolo spiegò chi fosse e chiese di poter parlare alla folla (Atti 21:27-40). Il tribuno acconsentì alla sua richiesta.
Paolo, in sostanza, rese la sua testimonianza alla folla di Gerusalemme. La folla ebraica ascoltò in silenzio finché egli non menzionò che Dio lo aveva mandato per raggiungere i gentili. Allora ricominciarono i disordini. Il tribuno, non capendo perché gli ebrei fossero sconvolti, trascinò Paolo di nuovo nella caserma e lo fece legare per fustigarlo, pensando che una percossa lo avrebbe incoraggiato a spiegare cosa stesse realmente accadendo. Paolo sfuggì alla fustigazione all’ultimo momento dichiarando di essere cittadino romano. Il tribuno fece marcia indietro, rendendosi conto che non avrebbe nemmeno dovuto legare Paolo, figuriamoci minacciarlo di fustigazione (Atti 22:1-29).
Il giorno seguente, nel tentativo di capire cosa stesse accadendo, il tribuno fece incontrare Paolo con i capi dei sacerdoti e il sinedrio (Atti 22:30). Paolo presentò le sue credenziali, identificandosi come fariseo e facendo appello alla fede dei farisei nella risurrezione dei morti. Immediatamente sorse una disputa tra i farisei e i sadducei (che negavano la risurrezione), realizzando così l’intenzione di Paolo di distogliere l’attenzione dei suoi nemici da sé. Il tumulto che ne seguì fu così violento che il tribuno romano riportò Paolo alla caserma prima che potesse essere fatto a pezzi (Atti 23:1-10). Quella notte, Gesù incoraggiò Paolo dicendogli che avrebbe predicato il Vangelo a Roma, cosa che Paolo desiderava ardentemente fare (Atti 23:11; Romani 1:11).
Il giorno seguente, il nipote di Paolo venne a sapere per caso che un gruppo di quaranta uomini aveva giurato di uccidere Paolo o di morire nel tentativo, e riferì questa informazione a Paolo e poi al tribuno romano (Atti 23:12-22). Quella notte il comandante inviò Paolo dal governatore Felice a Cesarea con una scorta di duecento soldati, settanta cavalieri e duecento lancieri. Il comandante scrisse una lettera in cui spiegava la situazione e chiedeva a Felice di prendere in carico l’inchiesta contro Paolo. I soldati e i lancieri tornarono dal comandante una volta che Paolo fu al sicuro, mentre i cavalieri proseguirono per Cesarea con Paolo. Il governatore Felice promise di ascoltare il suo caso non appena fossero giunti i suoi accusatori (versetti 23-35).
Cinque giorni dopo, Anania, il sommo sacerdote, alcuni anziani ebrei e un avvocato ingaggiato giunsero al palazzo di Felice. Essi fecero leva sull’ego e sulla paura di Felice insistendo sul fatto che Paolo avesse causato gravi disordini civili, turbando la pace che Felice aveva garantito (Atti 24:1-9). Paolo espose con sicurezza la propria difesa, fornendo dettagli sugli ultimi giorni e spiegando che il suo unico "reato" era credere nella risurrezione dei morti. Paolo sottolineò inoltre che i suoi accusatori originari del tempio non erano presenti e che gli anziani ebrei non avevano nulla di cui accusarlo (versetti 10-21). Felice conosceva bene il giudaismo e il cristianesimo, e rimandò la decisione fino all’arrivo del comandante romano che aveva arrestato Paolo (versetto 22). Felice tenne Paolo sotto sorveglianza, ma gli concesse una discreta libertà (versetto 23). Felice parlava spesso con Paolo nella speranza che questi gli offrisse una tangente (versetto 26). Ma trascorsero due anni senza che la situazione di Paolo cambiasse, e a Felice succedette Porcio Festo. Festo, desideroso di ingraziarsi i capi ebrei, lasciò Paolo in prigione (versetto 27).
I capi ebrei non si accontentavano della semplice incarcerazione di Paolo. Volevano che Festo ordinasse il trasferimento di Paolo a Gerusalemme: stavano segretamente tramando un agguato lungo il tragitto per ucciderlo. Festo disse ai capi ebrei di presentare le loro accuse contro Paolo a Cesarea, e così fecero, muovendo una moltitudine di accuse infondate contro Paolo. Trovandosi stretto tra le menzogne dei Giudei e il desiderio di Festo di placare i suoi nuovi sudditi, Paolo fece appello a Cesare (Atti 25:1-11). Il governatore Festo accolse l’appello (versetto 12).
Pochi giorni dopo, il re Agrippa e sua moglie Berenice andarono a trovare Festo a Cesarea. Festo gli parlò del caso di Paolo, e Agrippa desiderò ascoltare Paolo di persona. Festo ne fu lieto. Era legalmente obbligato a inviare Paolo a Cesare, ma non vi erano accuse concrete. Sperava che Agrippa potesse trovare qualcosa che giustificasse la detenzione di Paolo e il suo trasferimento a Roma (Atti 25:13-27).
Anche Paolo era lieto di parlare, poiché sapeva che il re Agrippa era ben informato sul giudaismo. Nella sua difesa davanti ad Agrippa, Paolo espose una versione più ampia della sua testimonianza, includendo la sua conversione sulla strada per Damasco e la sua opera tra i gentili (Atti 26:1-23). Il parere giuridico di Agrippa era che Paolo fosse innocente. Se Paolo non avesse insistito sul suo diritto di essere mandato davanti a Cesare, Festo sarebbe stato obbligato a liberarlo (versetti 24-30).
Così, Paolo si diresse verso Roma, dove aveva voluto andare — anche se non aveva necessariamente pianificato di andarci da prigioniero.
Giulio, il centurione incaricato di scortare i prigionieri, trattò Paolo con gentilezza. La prima tappa del loro viaggio fu Sidone. A Luca e ad Aristarco, un credente di Tessalonica, fu permesso di accompagnare Paolo, e Giulio consentì ad altri amici di Paolo di fargli visita a Sidone e di provvedere alle sue necessità (Atti 27:1-3). Viaggiarono fino a Mira, sulla costa meridionale dell’Asia Minore, prima di imbarcarsi su un’altra nave (versetti 4-6). Il tempo si fece avverso e la nave raggiunse a fatica Porto Buono, sulla costa meridionale di Creta. Paolo consigliò a Giulio di svernare a Buoni Porti, ma il centurione diede ascolto al timoniere e all’armatore invece che a Paolo, e proseguirono verso ovest, sperando di raggiungere il porto cretese di Fenice per svernare lì (versetti 7-12).
Non arrivarono mai a Fenice. Una violenta tempesta con venti di burrasca fece deviare la nave dalla rotta, sballottandola per molti giorni e portando l’equipaggio a perdere ogni speranza (Atti 27:13-20). Una notte, un angelo apparve a Paolo con questo messaggio: "Non temere, Paolo. Dovrai comparire davanti a Cesare; e Dio ti ha generosamente concesso la vita di tutti coloro che navigano con te" (versetto 24). Paolo incoraggiò tutti a bordo predicendo che tutte le vite sarebbero state salvate; solo la nave sarebbe andata perduta quando si fosse arenata su un’isola (versetti 21-26). Come avevano predetto Paolo (e l’angelo), la nave naufragò, ma tutti i passeggeri raggiunsero sani e salvi la riva dell’isola di Malta (versetti 39-44).
I maltesi si dimostrarono gentili e accesero un fuoco per proteggere i naufraghi dalla pioggia e dal freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami e li gettava nel fuoco, una vipera mortale lo morse alla mano (Atti 28:1-3). Gli isolani affermarono che gli dei lo stavano punendo per omicidio o per qualche crimine simile (versetto 4), ma, quando Paolo non subì alcun danno, decisero che doveva essere un dio (versetti 5-6). Il governatore dell’isola si prese cura di Paolo e dei suoi compagni per tre giorni. Mentre si trovava a casa sua, Paolo ebbe l’occasione di guarire il padre del governatore, che era malato di febbre e dissenteria. Ben presto, anche gli altri isolani portarono i propri malati da Paolo affinché li guarisse (versetti 7-10).
Paolo, pur essendo tecnicamente ancora un prigioniero romano, rimase a Malta per tre mesi prima che un’altra nave potesse portarli tutti a Roma. Una volta arrivati, Paolo poté incontrare i credenti della zona nei suoi alloggi privati. Incontrò anche i capi dei Giudei e spiegò loro ciò che era accaduto a Gerusalemme. Questi accettarono di ascoltare il suo messaggio e riempirono la sua dimora mentre parlava; alcuni credettero al Vangelo, altri no. Paolo rimase a Roma (a proprie spese) in attesa del processo, insegnando e predicando il Vangelo per due anni. È probabile che in quel periodo abbia scritto anche le lettere agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi e a Filemone.
Il libro degli Atti si conclude con Paolo ancora a Roma agli arresti domiciliari in attesa di processo. A quanto pare, Paolo fu rilasciato dopo due anni. Si ritiene che i suoi accusatori, gli anziani ebrei di Gerusalemme, non siano mai venuti a Roma per accusarlo. Ciò che accadde dopo il rilascio di Paolo è ancora meno chiaro. Gli indizi forniti nelle epistole di Paolo sono vaghi. Ma è possibile che Paolo abbia intrapreso un quarto viaggio missionario prima della sua seconda e ultima prigionia a Roma.
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Cosa accadde tra il terzo e il quarto viaggio missionario di Paolo?