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Domanda

Cosa significa "non imputare loro le loro colpe" (2 Corinzi 5:19)?

Risposta


In 2 Corinzi 5:19, l’apostolo Paolo proclama la gloriosa verità secondo cui "Dio era in Cristo a riconciliare il mondo con sé, non imputando loro le loro trasgressioni, e ha affidato a noi la parola della riconciliazione" (NKJV). Il termine greco per "imputare" (logizomai) significa considerare, contare o accreditare sul conto di un altro. È un termine contabile che indica l’addebito o la non imputazione di qualcosa a qualcuno. In Gesù Cristo, Dio non ci imputa i nostri peccati. Meritiamo la punizione eterna per il peccato, ma la Sua grazia cancella la nostra colpa.

Il termine greco logizomai è usato anche in Romani 4:3, dove Paolo parla della giustizia imputata: "Che cosa dice la Scrittura? "Abramo credette a Dio, e ciò gli fu accreditato (logizomai) come giustizia"" (NKJV). La giustizia viene attribuita ai credenti, e i nostri peccati non ci vengono imputati in Cristo, che li ha portati al posto nostro. Questa è la dottrina dell’espiazione sostitutiva.

Le trasgressioni sono offese ribelli contro la legge di Dio. Queste offese sono infinite perché sono commesse contro un Dio infinitamente santo. Paolo afferma che se i peccati ci fossero imputati come meritiamo, la condanna sarebbe inevitabile: "Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore" (Romani 6:23, NKJV).

Tuttavia, in 2 Corinzi 5:19, Paolo dichiara che Dio "non imputa loro le trasgressioni" (NKJV). Ciò non significa che Dio ignori il peccato o lo tratti con leggerezza. Al contrario, il peccato non viene addebitato al credente perché Dio lo ha imputato, ovvero trasferito, a Cristo. Cristo ha sopportato la punizione per il peccato, così i credenti sono perdonati: "Egli ha fatto diventare peccato per noi colui che non ha conosciuto peccato, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui" (2 Corinzi 5:21, NKJV). I nostri peccati sono imputati a Cristo, e la Sua giustizia è imputata a noi.

Isaia profetizzò la realtà dell’espiazione sostitutiva, affermando: "Il Signore ha fatto ricadere su di Lui l’iniquità di noi tutti" (Isaia 53:6, NKJV). Sebbene Cristo fosse senza peccato (Ebrei 4:15), Dio lo ha considerato come se fosse un peccatore affinché noi potessimo essere considerati giusti. Il Figlio è stato punito per i nostri peccati. Di conseguenza, Dio smette di "imputare loro le loro trasgressioni" (ESV). La croce rappresenta l’intersezione tra giustizia e misericordia divine: mentre il peccato viene punito, i peccatori vengono perdonati.

Se il peccato non viene imputato ai credenti, cosa ci viene allora imputato? La risposta è la giustizia di Cristo. Il peccato di Adamo fu imputato all’umanità (Romani 5:12), e la giustizia di Cristo è imputata ai credenti: "A colui che non opera ma crede in Colui che giustifica l’empio, la sua fede gli è imputata (logizomai) come giustizia" (Romani 4:5, NKJV).

Questa giustizia non è insita nei credenti, ma ci viene accreditata. Per questo motivo, possiamo presentarci davanti a Dio come se Gli avessimo obbedito perfettamente. Egli ci riconcilia con Sé attraverso Cristo e stabilisce un rapporto giusto con noi "non imputando loro le loro trasgressioni" (2 Corinzi 5:19, NKJV).

Il Vangelo proclama la non imputazione del peccato ai credenti, il che ci impegna a "parlare la parola della riconciliazione" (NKJV). I peccatori sono colpevoli ma vengono dichiarati giusti perché Cristo ha rimosso i nostri peccati: "Quanto è lontano l’oriente dall’occidente, tanto Egli allontana da noi le nostre trasgressioni" (Salmo 103:12, ESV). I peccati sono perdonati non perché siano insignificanti, ma perché Cristo ha sofferto sulla croce.

In Romani 10:9, Paolo dichiara: "Se confessi con la tua bocca il Signore Gesù e credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato" (NKJV). La salvezza riposa nell’opera compiuta da Cristo sulla croce, dove Dio, nella Sua perfetta giustizia e misericordia, non imputa i peccati ai credenti.

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