Domanda
L’apostolo Paolo era davvero un falso profeta?
Risposta
La teoria secondo cui l’apostolo Paolo fosse un falso profeta e non un vero seguace di Cristo viene solitamente avanzata, tra gli altri, dai sostenitori del movimento delle radici ebraiche. Essi ritengono che i cristiani debbano sottomettersi alla Legge dell’Antico Testamento, ma Paolo è chiaramente in disaccordo con loro, proclamando che i cristiani non sono più soggetti alla Legge mosaica (Romani 10:4; Galati 3:23-25; Efesini 2:15), bensì alla Legge di Cristo (Galati 6:2), che consiste nell’"amare il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… e amare il tuo prossimo come te stesso" (Matteo 22:37-39). Anziché sottomettersi alla Parola di Dio, il movimento delle radici ebraiche semplicemente respinge Paolo in toto e sostiene che Paolo fosse un falso apostolo e che i suoi scritti non dovrebbero essere nella Bibbia.
Ma l’autorità apostolica di Paolo è ben documentata nella Scrittura, a partire dalla sua drammatica esperienza sulla via di Damasco, che lo trasformò da persecutore dei cristiani, che odiava Cristo, al principale portavoce della fede. Il suo sorprendente cambiamento di cuore è una delle indicazioni più chiare della sua unzione da parte dello stesso Signore Gesù.
Tom Tarrants, un tempo definito "l’uomo più pericoloso del Mississippi", era uno dei nomi in cima alla lista dei ricercati dall’FBI. Tarrants era membro del Ku Klux Klan e disprezzava gli afroamericani e gli ebrei, popoli che riteneva fermamente nemici di Dio e coinvolti in un complotto comunista contro l’America. Tarrants era responsabile di attentati dinamitardi contro circa 30 sinagoghe, chiese e abitazioni. Era talmente pericoloso che il direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover, inviò una squadra speciale di agenti dell’FBI nel Sud degli Stati Uniti per localizzarlo e arrestarlo. L’operazione ebbe successo e Tarrants fu arrestato dopo una violenta sparatoria. Tarrants fu condannato a 30 anni di reclusione nel penitenziario statale del Mississippi.
Un giorno, mentre era in prigione, Tarrants chiese una Bibbia e iniziò a leggerla. Arrivò fino a Matteo 16 e si trovò di fronte alle parole di Gesù: "Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?" Non poté sfuggire all’impatto di quelle parole di Cristo e, nella sua cella, si inginocchiò chiedendo a Dio di liberarlo dalla sua vita peccaminosa.
La notizia della conversione di Tarrant cominciò presto a diffondersi in tutto il carcere e alla fine giunse fino a Hoover, che nutriva forti dubbi sulla storia. Come si poteva confermare un cambiamento così autentico in una persona così incallita e malvagia?
Circa 2.000 anni fa, un altro uomo ebbe un problema quasi identico. Quando l’apostolo Paolo giunse per la prima volta a Gerusalemme dopo la sua conversione al cristianesimo, cercò di unirsi ai discepoli, ma questi lo temevano tutti e non credevano che fosse un vero convertito (Atti 9:26) a causa delle sue passate persecuzioni contro i cristiani. Oggi, alcune persone provano lo stesso sentimento nei confronti di Paolo. Di tanto in tanto, viene mossa l’accusa che Paolo fosse un fariseo che cercò di corrompere gli insegnamenti di Cristo e che i suoi scritti non dovrebbero trovare posto nella Bibbia. Questa accusa può essere smentita esaminando la sua esperienza di conversione e la sua adesione a Cristo e ai Suoi insegnamenti.
La persecuzione del cristianesimo da parte di Paolo
Paolo compare per la prima volta nelle Scritture come testimone del martirio di Stefano: "Quando lo ebbero condotto fuori dalla città [Stefano], cominciarono a lapidarlo; e i testimoni deposero le loro vesti ai piedi di un giovane di nome Saulo" (Atti 7:58). "Saulo era pienamente d’accordo nel metterlo a morte" (Atti 8:1). Le parole "pienamente d’accordo" indicano un’approvazione attiva, non solo un consenso passivo. Perché Paolo avrebbe dovuto essere d’accordo con l’uccisione di Stefano?
Paolo il fariseo avrebbe immediatamente riconosciuto l’affermazione che Stefano fece proprio prima della sua morte: "Ecco, io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio" (Atti 7:56). Le parole di Stefano ripetono l’affermazione che Cristo fece durante il Suo processo davanti al sommo sacerdote (Marco 14:62). Proprio come l’affermazione di Gesù portò ad accusarlo di blasfemia, così anche queste parole avrebbero suscitato una reazione omicida da parte di Saulo il fariseo nei confronti di Stefano.
Inoltre, il termine "Figlio dell’uomo" è carico di significato. È l’ultima volta che tale termine viene utilizzato nel Nuovo Testamento ed è l’unica volta nei Vangeli e negli Atti in cui non è pronunciato da Gesù. Dimostra che Gesù è il Messia e parla della posizione di Cristo negli ultimi tempi come Re che verrà. Inoltre, riunisce due grandi passaggi messianici: Daniele 7:13-14 e Salmo 110:1. Daniele 7:13-14 sottolinea l’aspetto universale del regno di Gesù; Egli non è semplicemente un sovrano ebraico, ma anche il Salvatore del mondo. Il Salmo 110:1 presenta il Messia alla destra di Dio. Oltre a sottolineare il potere e la posizione, mostra anche l’accettazione.
Tutte queste cose avrebbero fatto infuriare Saulo il fariseo, che all’epoca non possedeva la vera conoscenza di Cristo. Ma non sarebbe passato molto tempo prima che Saulo il fariseo diventasse Paolo l’evangelista di Cristo.
La conversione di Paolo
Nelle tre versioni della conversione di Paolo (Atti 9:1-9, 22:6-11, 26:9-20), vi sono elementi ricorrenti che sembrano essere centrali per la sua missione e la sua investitura. In primo luogo, segnò la sua conversione al cristianesimo; in secondo luogo, costituì la sua chiamata a essere profeta; e in terzo luogo, servì come suo incarico a essere apostolo. Questi tre punti possono essere suddivisi nelle seguenti considerazioni più approfondite: (1) Paolo fu specificamente scelto, messo da parte e preparato dal Signore per l’opera che avrebbe compiuto; (2) Paolo fu inviato come testimone non solo agli ebrei, ma anche ai gentili; (3) la missione evangelistica di Paolo avrebbe incontrato rifiuto e comportato sofferenza; (4) Paolo avrebbe portato la luce a persone che erano nate e vivevano attualmente nelle tenebre; (5) Paolo avrebbe predicato che il pentimento era necessario prima che una persona potesse essere accolta nella fede cristiana; (6) la testimonianza di Paolo sarebbe stata radicata nella storia spazio-temporale e si sarebbe basata sulla sua esperienza sulla via di Damasco — ciò che aveva personalmente visto e udito in un luogo reale, noto a tutti coloro che vivevano a Damasco.
Prima che l’allievo di Gamaliele giungesse a una corretta valutazione del ministero affidatogli da Dio e della morte di Gesù, doveva avvenire una rivoluzione nella sua vita e nel suo pensiero. Paolo avrebbe poi detto di essere stato "catturato" da Gesù (Filippesi 3:12) sulla via di Damasco, un termine che significa fare proprio qualcosa o ottenere il controllo di qualcuno attraverso l’inseguimento. In Atti 9 vediamo chiaramente i miracoli manifestarsi nella conversione di Paolo, il cui scopo era quello di chiarire che Dio ha il controllo e guida tutti gli eventi, affinché Paolo intraprendesse determinati compiti che Dio aveva in mente, cosa che l’ex Saulo non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di fare.
Sebbene si possano fare molte osservazioni sulla conversione di Paolo sulla via di Damasco, vi sono due aspetti chiave di particolare interesse. Il primo è il fatto che, dopo quella esperienza, la vita di Paolo sarebbe stata incentrata su Cristo. Dopo il suo incontro con Gesù, la concezione che Paolo aveva del Messia subì una rivoluzione, e non passò molto tempo prima che egli proclamasse: "Egli [Gesù] è il Figlio di Dio" (Atti 9:20).
In secondo luogo, notiamo che nella conversione di Paolo non vi sono antecedenti positivi o eventi precursori che lo abbiano portato dall’essere un avversario zelante a diventare un fervente sostenitore di Cristo. Un attimo prima Paolo era un nemico di Gesù, e quello dopo era diventato prigioniero del Cristo che un tempo aveva perseguitato. Paolo afferma: "Per la grazia di Dio sono ciò che sono" (1 Corinzi 15:10), indicando di essere stato trasformato da Dio, di essere diventato veramente spirituale, di essere stato posseduto da Cristo e di essere ora egli stesso portatore di Cristo.
Dopo l’esperienza di Damasco, Paolo si recò dapprima in Arabia, ma non si sa se abbia effettivamente iniziato lì la sua opera missionaria. È più probabile che desiderasse ardentemente un periodo di tranquillo raccoglimento. Poi, dopo un breve soggiorno a Gerusalemme, operò come missionario in Siria e in Cilicia (cioè per lo più ad Antiochia sull’Oronte e nella sua città natale, Tarso) e successivamente, in compagnia di Barnaba, a Cipro, in Panfilia, in Pisidia e in Licaonia.
L’amore di Paolo
Paolo, l’ex aggressore freddo e legalista, era ormai diventato una persona in grado di scrivere dell’attributo fondamentale che, in 1 Corinzi 13, prevale su ogni altra cosa: l’amore per Dio e per coloro che lo circondavano. Colui che era estremamente colto in materia di conoscenza era giunto al punto di affermare che la conoscenza priva di amore rende solo arroganti, mentre l’amore edifica (1 Corinzi 8:1).
Il libro degli Atti e le lettere di Paolo testimoniano una tenerezza che aveva pervaso l’apostolo sia verso il mondo dei non credenti che verso coloro che facevano parte della Chiesa. Per quanto riguarda questi ultimi, nel suo discorso di addio ai credenti di Efeso in Atti 20, dice loro: "Giorno e notte, per tre anni, non ho cessato di ammonire ciascuno di voi con lacrime" (Atti 20:31). Ai credenti di Galazia dice che sono i suoi "figlioli" (Galati 4:19). Ricorda ai Corinzi che ogni volta che provano dolore, anche lui ne è ferito (2 Corinzi 11:29). Parla dei credenti di Filippi dicendo di "averli nel cuore" (Filippesi 1:7). Dice alla chiesa di Tessalonica che "abbonda" d’amore per loro (1 Tessalonicesi 3:12) e lo dimostra vivendo in mezzo a loro e contribuendo a edificare una comunità cristiana (cfr. 1 Tessalonicesi 1-2). Ripetutamente, in tutti i suoi scritti, Paolo ricorda ai suoi lettori credenti la sua cura e il suo amore per loro.
Anche l’atteggiamento di Paolo nei confronti dei non credenti è improntato alla cura e alla profonda preoccupazione; l’esempio forse più chiaro di ciò è la sua espressione, nella Lettera ai Romani, del dolore che provava per i suoi compatrioti israeliti che non erano giunti alla fede in Cristo: "Dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza mi attesta nello Spirito Santo, che ho grande afflizione e un dolore incessante nel mio cuore. Infatti vorrei essere io stesso maledetto, separato da Cristo per amore dei miei fratelli, i miei consanguinei secondo la carne" (Romani 9:1-3).
Questo tipo di angoscia manifestata da Paolo nei confronti dei non credenti non si limitava alla sua stessa nazionalità, ma si estendeva anche ai non ebrei. Per citare solo un esempio, quando entrò ad Atene, il testo di Atti 17:16 chiarisce che Paolo era al tempo stesso disgustato e "profondamente angosciato" dalla situazione di idolatria in cui versava la città. Eppure aveva profondamente a cuore il posto che spettava a Dio, così come le persone coinvolte nel falso culto, e si mise immediatamente all’opera per cercare di coinvolgere i pagani non credenti in un dialogo sul Vangelo che gli era stato affidato (Atti 17:17-34). E al centro del suo messaggio c’era Gesù.
Paolo su Gesù
Alcuni cercano di sostenere che l’immagine che Paolo dipinge di Gesù nelle sue Lettere non corrisponda al Cristo descritto nei Vangeli. Una simile posizione non potrebbe essere più lontana dalla verità. Infatti, due dei Vangeli (Marco e Luca) furono scritti da uomini che erano stretti collaboratori di Paolo, se non addirittura suoi allievi (cfr. 2 Timoteo 4:11). È difficile immaginare che quei libri possano contenere una teologia diversa da quella di Paolo. Inoltre, dalle lettere di Paolo apprendiamo quanto segue su Gesù:
• Aveva origini ebraiche
• Discendeva dalla stirpe di Davide
• Nacque da una vergine
• Visse sotto la Legge
• Aveva dei fratelli
• Aveva 12 discepoli
• Aveva un fratello di nome Giacomo
• Visse in povertà
• Era umile e mite
• Fu maltrattato dai Romani
• Era divinità
• Insegnò sul tema del matrimonio
• Disse di amare il prossimo
• Parlò della Sua seconda venuta
• Istituì la Cena del Signore
• Visse una vita senza peccato
• Morì sulla croce
• Gli ebrei lo misero a morte
• Fu sepolto
• Risuscitò
• Ora siede alla destra di Dio
Oltre a questi fatti, c’è la testimonianza di Paolo, il quale affermò di aver lasciato ogni cosa per seguire Cristo (la vera prova di un discepolo, come delineata da Gesù in Luca 14:26-33). Paolo scrive: "Ma tutte quelle cose [le sue origini ebraiche e i benefici che aveva appena elencato] che per me erano un guadagno, le ho considerate una perdita per amore di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia perdita in confronto al valore inestimabile di conoscere Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a ogni cosa e le considero spazzatura, affinché io possa guadagnare Cristo ed essere trovato in Lui, non avendo una giustizia mia derivata dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio sulla base della fede, affinché io possa conoscerLo e la potenza della Sua risurrezione e la comunione delle Sue sofferenze, essendo conformato alla Sua morte; affinché io possa giungere alla risurrezione dai morti" (Filippesi 3:7-11).
I nemici di Paolo
Gli insegnamenti di Paolo e la sua proclamazione di Gesù non erano ben accolti. Se il successo di una missione evangelistica dovesse essere misurato in base all’entità dell’opposizione, la sua missione sarebbe considerata un fallimento catastrofico. Ciò sarebbe in linea con l’affermazione di Cristo rivolta ad Anania: "Poiché io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome" (Atti 9:16). Il solo libro degli Atti riporta più di 20 diversi episodi di rifiuto e opposizione al messaggio di salvezza di Paolo. Dovremmo inoltre prendere sul serio la litania di opposizioni e rifiuti che Paolo espone in 2 Corinzi 11:23-27. In verità, tale ostilità e tale rifiuto erano prevedibili, dato il suo pubblico. Un liberatore crocifisso era per i Greci un’assurda contraddizione in termini, proprio come per gli Ebrei un Messia crocifisso era una scandalosa bestemmia.
I nemici di Paolo formavano una triade. Innanzitutto, c’erano i nemici spirituali indicati nei suoi scritti, di cui egli era profondamente consapevole (ad esempio, 1 Tessalonicesi 2:18). Poi c’era il suo pubblico iniziale, già menzionato, composto sia da ebrei che da gentili, molti dei quali lo avrebbero maltrattato e respinto. Infine c’era colui che, si potrebbe sostenere, forse gli causò il dolore maggiore: la Chiesa primitiva stessa.
Il fatto che Paolo fosse considerato strano e discutibile, non solo dai suoi connazionali ebrei ma anche da numerosi cristiani di origine ebraica, era senza dubbio doloroso per lui. Una cosa era che l’autorità e l’autenticità di Paolo fossero messe in discussione al di fuori del Corpo di Cristo, ma all’interno c’era un nemico diverso con cui doveva lottare. 1 Corinzi 9:1-3 ne è un esempio: Paolo insiste con la Chiesa sul fatto di essere stato incaricato da Cristo (altri passi includono Romani 1:5; 1 Corinzi 1:1-2; 2 Corinzi 1:1; Galati 1:1). Alcuni ritengono addirittura che 2 Corinzi 11:26 suggerisca l’esistenza di un complotto per uccidere Paolo, ordito proprio da altri cristiani.
Una tale opposizione combinata — l’umanità perduta, gli avversari spirituali e i fratelli diffidenti — deve certamente aver portato l’apostolo alla disperazione in alcuni momenti; nei suoi scritti si evince che svolse la sua opera missionaria con la prospettiva del martirio davanti agli occhi (Filippesi 2:17), cosa che alla fine si rivelò vera. Paolo fu decapitato, secondo la tradizione, durante la persecuzione di Nerone nei pressi della terza pietra miliare sulla Via Ostia. Costantino fece costruire una piccola basilica in onore di Paolo entro il 324 d.C., che fu scoperta nel 1835 durante gli scavi precedenti alla costruzione dell’attuale basilica. Su uno dei pavimenti è stata rinvenuta l’iscrizione PAVLO APOSTOLO MART – "A Paolo, apostolo e martire".
Riflessioni conclusive su Paolo
Ma Paolo è davvero esistito? Le prove fornite dalla storia e dai suoi stessi scritti attestano che sia così. Il cambiamento radicale di Paolo rispetto alla sua vita farisaica non è contestato da alcun studioso di storia, né laico né cristiano. L’unica domanda è: cosa ha causato questo cambiamento radicale? Cosa avrebbe potuto spingere un fariseo ebreo molto colto ad abbracciare improvvisamente proprio quel movimento che aveva violentemente osteggiato e ad esserne così devoto da morire da martire?
La risposta è contenuta negli scritti di Paolo e nel libro degli Atti. Nella Lettera ai Galati Paolo riassume la sua storia in questo modo:
"Avete infatti sentito parlare del mio precedente modo di vivere nel giudaismo, di come perseguitassi oltre misura la Chiesa di Dio e cercassi di distruggerla; e nel giudaismo superavo molti dei miei contemporanei tra i miei connazionali, essendo estremamente zelante per le tradizioni dei miei padri. Ma quando Dio, che mi aveva consacrato fin dal grembo materno e mi aveva chiamato per la sua grazia, ritenne opportuno rivelare in me il Figlio suo affinché io lo predicassi tra i gentili, non consultai subito carne e sangue, né salii a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me; ma mi recai in Arabia e tornai ancora una volta a Damasco. Tre anni dopo salii a Gerusalemme per conoscere Cefa e rimasi con lui quindici giorni. Ma non vidi nessun altro degli apostoli, tranne Giacomo, il fratello del Signore. (Ora, in ciò che vi scrivo, vi assicuro davanti a Dio che non mento.) Poi mi recai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ero ancora sconosciuto di persona alle chiese della Giudea che erano in Cristo; ma sentivano solo dire: "Colui che un tempo ci perseguitava ora predica la fede che un tempo cercava di distruggere". E glorificavano Dio a causa mia" (Galati 1:13-24).
La vita stessa di Paolo testimonia la veridicità di ciò che gli è accaduto. Sotto questo aspetto, era molto simile a Tom Tarrants. È difficile contestare una vita cambiata in modo così radicale. E cosa accadde infine a Tom Tarrants? J. Edgar Hoover non riusciva a credere che Tarrants fosse davvero diventato cristiano, così mandò in prigione un agente dell’FBI travestito da detenuto con il compito di stringere amicizia con Tarrants e scoprire la verità. Circa una settimana dopo, quell’agente dell’FBI si convertì al cristianesimo e riferì a Hoover che Tarrants, in effetti, non era più l’uomo di un tempo.
Numerose persone presentarono una petizione affinché Tarrants fosse rilasciato e, dopo otto anni di detenzione, Tarrants ottenne la libertà condizionale e uscì di prigione. Frequentò il seminario, conseguì un dottorato in teologia e ricoprì la carica di presidente del C. S. Lewis Institute per 12 anni. Attualmente ricopre il ruolo di direttore del ministero dell’Istituto.
"Li riconoscerete dai loro frutti" (Matteo 7:16) e i frutti dell’apostolo Paolo non lasciano alcun dubbio sul fatto che fosse davvero autentico.
English
L’apostolo Paolo era davvero un falso profeta?